Cure palliative, chi non le presta commette un illecito

Ultimamente si è tanto discusso di libertà di scelta in ambito sanitario. Dopo tante lotte e tante battaglie, finalmente si è arrivati a prendere la decisione di consentire alle persone di decidere se accettare cure o meno in determinati casi e determinati stadi di malattia. C’è però ancora un nodo da sciogliere e che riguarda le cure palliative che, sebbene sia previsto dalla legge, non sempre vengono prestate. In seguito a una sentenza del Tribunale di Bologna, però, è stato stabilito che non prestarle si tratta di un illecito e come tale va punito e risarcito.

Cosa sono le cure palliative

Le cure palliative sono delle terapie, sovente a base di oppiacei, atte a rendere più sopportabile la sofferenza al malato che si trova in uno stadio terminale della malattia. L’argomento ha sollevato non poche polemiche, non ancora sopite del tutto, anche a causa di alcune considerazioni. Una di queste è il fatto che l’assunzione di determinate cure palliative possono accelerare il decorso della malattia, almeno secondo alcuni detrattori. Proprio questo ha indotto diversi medici a scegliere di non offrire cure palliative ai loro pazienti. Ma è davvero possibile fare questa scelta? Vediamo cosa dice la legge in merito.

La legge sulle cure palliative

I malati terminali, secondo quanto stabilito dallo Stato con la legge n. 38 del 15 marzo del 2010 hanno diritto ad avere le cure palliative somministrate in modo modulato sulle necessità del paziente. Inoltre tale legge norma anche quella che è conosciuta come terapia del dolore. Questa terapia del dolore era già applicata da prima del 2010, ma grazie all’intervento dello Stato anche la prescrizione dei farmaci è stata notevolmente semplificata. Sempre secondo la legge va rilevato anche il grado di dolore e i farmaci vanno somministrati in base al grado effettivo.

cure palliativeLe cure palliative, anche secondo l’Oms, possono essere intraprese fin da subito nel caso il paziente abbia una malattia oncologica. Tali cure in questo caso possono essere intraprese direttamente quando si iniziano i cicli di chemio o di radioterapia e devono essere garantite anche a domicilio. Eppure, nonostante sia presente e ben chiara una legge a riguardo, alcuni medici pensano di poter decidere secondo la loro coscienza, il loro credo religioso, il loro senso etico.

Inoltre non tutti i pazienti terminali riescono ad accedere alle cure palliative, al contrario, solo il 30% di essi vi arriva, e questo attualmente non è accettabile dato che ci sono 2300 pazienti terminali che avrebbero necessità di una cura palliativa o di un ricovero in un hospice, che però sono al momento solo 230.

La sentenza di Bolgona

La sentenza di Bologna sancisce in via definitiva che non somministrare cure palliative a un paziente che lo necessiti può significare un illecito e per tanto si può anche chiedere un risarcimento danni da malasanità. La vicenda ha come protagonista un malato oncologico in fase terminale al quale deliberatamente erano state negate le cure palliative dal medico primario.

Il paziente era quindi spirato con atroci sofferenze e con una gestualità chiara che chiedeva di voler morire. I parenti hanno naturalmente richiesto il risarcimento, risarcimento che è stato erogato alla vedova e ai figli sotto forma di danno morale, in più alla vedova è stato riconosciuto anche un risarcimento personale per aver dovuto assistere alla morte dolorosa del marito senza poter fare nulla.

 

 

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